Finalmente, dopo averlo riesumato, pubblico (a quattro anni di distanza)il racconto della nascita della mia primogenita Amanda.
Se volete contribuire anche voi con il racconto della nascita dei vostri figli, scriveteci e lo pubblicheremo.
"Gianni...."
"mmmmm....."
"Gianni!...."
"mmmmm....." Cazzo devo alzarmi..., che sonno che ho..., è già ora di andare al lavoro...
"Gianni! Mi si sono rotte le acque!"
Ci siamo! E' il momento! Sono le 3 del 14 gennaio, insomma è notte fonda.
Luce
accesa. Quasi senza parlare ci prepariamo, barcollando. Dal momento in
cui ho appreso la notizia mi si è formato un grumo alla gola come se
avessi ingoiato l'intero panettone natalizio in una volta sola.
Tutto
è già pronto: la borsa di Valentina e la cartina per non perdere la
strada nel tragitto tra casa nostra e Merate (siamo a Milano ma abbiamo
optato per l'ospedale di Merate per fare un parto in acqua).
A parte
il blocco esofageo (che non traspare all'esterno) cerco il più possibile
di assumere l'aspetto di
"solida-e-sicura-roccia-senza-minima-debolezza" che credo possa servire
in questo momento di panico assoluto (capite, è la prima volta...).
Usciamo,
prendo la borsa di Vale e il mio "necessaire", la videocamera digitale e
due cassette (i Clannad e "te recuerdo Amanda" di Victor Jara, la
canzone da cui nostra figlia ha preso il nome. Non so se serviranno ma
le porto...).
Fa un freddo barbino (alle 3 della notte... a gennaio... a Milano... con il panico che incombe...).
Per
fortuna vinciamo la roulette della Uno Sting, la nostra macchina che
parte una volta su dieci (da qui, probabilmente, il nome Uno), ma che,
per fortuna, oggi ha compreso la situazione e ci permette di imboccare
la tangenziale.
La strada è deserta e la macchina corre, come le nostre menti.
Corre
al punto tale che a Merate tiro dritto invece di svoltare alla rotonda
che conduce all'ospedale (mmmm... si vede che sono in panico...?).
Ripresa
la giusta direzione giungiamo alla meta e alla guardia notturna
dell'ospedale pronuncio la frase storica "mia moglie deve partorire!"
Così
possiamo entrare in macchina e farci accogliere con tutti gli onori del
caso (compilazione della scheda e trasporto in carrozzella al nostro
piano).
L'aspetto del reparto a quell'ora di notte era terrificante.
Sembrava l'antro di una strega (forse era il panico.. e poi quel cocomero d'adamo che mi faceva boccheggiare...).
C'è
in corso un parto. L'ostetrica pare terrorizzata dall'idea di averne un
altro in pista. Chiamano un dottore (secondo me dormiva) e visitano
Vale che continua a far sgorgare acque copiosamente.
Poi la fanno
accomodare in stanza, monitorandola. Non ci sono contrazioni e dopo un
po' mi consigliano di tornare a casa. Per ora non dovrebbe accadere
nulla.
Nel tragitto di ritorno, in tangenziale, con un rutto fragoroso il mio esofago si libera dandomi il segnale di panico cessato.
La
giornata seguente trascorre nella sospensione completa (tanto è vero
che, a un anno di distanza io e Valentina ci ricordiamo pochissimo di
quelle ore).
Al mattino del 16 ci sentiamo al telefono.
"Mi hanno messo il gel, ma per ora non succede nulla"
"Allora che faccio vengo"
"Ma... no, aspetta, mi hanno detto che sarà lunga"
"Ok, a dopo"
Il dopo, fortunatamente, fu molto prossimo.
- Driiin -
"Ciao sono io, mi sa che è meglio che vieni!"
"Arrivo"
Ormai alla rotonda di Merate non sbaglio più.
Arrivo in ospedale. Vale ha le contrazioni, già forti, ma crede (così le han detto) che siano solo le primissime avvisaglie.
Nel
frattempo mi scontro con una dottoressa che vuole cacciarmi
dall'ospedale perchè non è orario di visita (mia figlia sarebbe nata un
paio di ore dopo, in effetti avrei potuto aspettare l'orario di visita
per vederla!).
Vale è in preda a dolori sempre più forti ma continua
ad essere frenata dallo staff medico che si ostina a convincerla che i
tempi sono ancora lunghi, così nel tentativo di trovare uno spazio più
confortevole per alleviare il dolore ci trasferiamo il corridoio.
In pieno corridoio dell'ospedale Valentina comincia a fare esercizi appoggiandosi a me.
Passa l'ostetrica di turno che si convince a darle un'occhiata per verificare la situazione.
La visita e... via!
Si
parte, questa è la volta buona. Vale è già molto dilatata. Ci fanno
accomodare in una stanza travaglio in compagnia di un'altra coppia, che
"superiamo" a gran velocità vista la nostra permanenza lampo nella
stanza.
Nel frattempo l'ostetrica Antonella ha preparato la vasca.
La sala è piuttosto confortevole e Antonella ci lascia in intimità venendoci a controllare di tanto in tanto.
Vale continua a fare esercizi e il morale sta crescendo sempre di più.
Uso
il mio pullover nero (che indosso sempre pensando a quel giorno) come
cuscino per le sue ginocchia e ci sentiamo molto tranquilli e liberi.
Poi
Vale si accomoda in Vasca. In quel momento sono convinto che in due
spinte Amanda potrebbe uscire, invece non avviene proprio così. Spinge,
spinge (era tenera come una bambina in quei momenti) ma Amanda rimane
ancora dov'è.
L'intimità viene rotta dalla dottoressa (quella di prima... è lei di turno) e da qualche altra inutile apparizione medica.
Valentina a quel punto mi sembra un po' demoralizzata rispetto allo slancio iniziale
così quando le consigliano di trasferirsi nella sala parto "tradizionale" lei accetta.
La stanza è attigua, ma nel tragitto la dottoressa (sempre lei...) riesce a fare incagliare la flebo nella porta.
Valentina si accomoda sulla poltrona.
Le
sue spinte non convincono la dottoressa, che decide di passare alla
manovra Kristeller ma la mette in pratica così maldestramente da cadere
dal gradino che aveva sotto i piedi.
Così si scambiano i ruoli.
Antonella
passa alla manovra e la dottoressa decide di accelerare i tempi
utilizzando alla ventosa (con poco entusiasmo e condivisione da parte
dello staff).
Però è il momento di svolta.
A un certo punto avvenne la magia.
Quell'ultima spinta è un momento cesellato nel mio cuore.
Valentina spinge, sente che Amanda sta nascendo.. tutti la incitano... io grido a più non posso, mi pare di spingere anch'io.
Sembrava
un equipaggio di bob a due nel momento in cui trova la sincronia
perfetta e fa scivolare il bob alla massima velocità lungo la pista.
L'entusiasmo è alle stelle.
Le
ostetriche fanno un tifo che farebbe segnare anche il più brocco dei
calciatori e alla fine, nella nebbia dei miei occhi, vedo, finalmente,
Amanda.
E' nata, che spettacolo!
Si accoccola sul petto di
Valentina, la guarda. Non è come me lo aspettavo, non è nemmeno come ve
lo sto raccontando. E' molto di più.
Taglio il cordone ombelicale (è di marmo!) e poi seguo Amanda che nel tragitto espelle il meconio sulla puericultrice.
La
visitano. Ha le mani e i piedi un po' freddi (forse il lungo tempo
dalla rottura dlle acque) quindi la riscaldano in incubatrice per un
po'.
Torno da Vale che è sotto le cure di Antonella che la sta ricucendo.
Poi
ci fanno accomodare di nuovo nella prima stanza in cui siamo stati. Nel
frattempo è orario visite e i parenti degli altri bambini si affollano
davanti al vetro attraverso al quale posso ammirare mia figlia.
Finalmente ce la portano.
Dopo due ore dalla nascita Amanda è già attaccata al seno di sua mamma. Vado a prendere la videocamera e immortalo il momento.
Poi la prendo, finalmente, in braccio (le sensazioni di quel momento le tengo per me... sorry).
Poi parte la comunicazione.
Telefonate e messaggi annunciano al mondo la nascita di Amanda.
Resto in ospedale tutto il giorno tranne una breve pausa per andare a comprare una bottiglia con cui festeggiare.
La
sera arrivano i genitori e i fratelli (non dimenticherò mai l'ingresso
di mia mamma nel corridoio dell'ospedale: sembrava in trance!) e dopo
brindisi, baci e lacrime si torna tutti, anche noi neo-papà, a casa.
Mentre rientravo a casa mi sentivo onnipotente.
Così
ho cucinato, ho annaffiato la mia cena con un buon (e abbondante) vino,
ho ascoltato uno dei miei dischi preferiti e sdraiato sul divano ho
pianto, per ore, di felicità.
domenica 30 maggio 2010
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